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EXCLUSIVE INTERVIEW | Tony Di Corcia on Gianni Versace

La solita casualità con la quale leggi un libro interessante, ne condividi pagine e pensieri in una semplice foto su Instagram ed essa ti mette in contatto con il suo scrittore. Tony Di Corcia si mostra subito disponibile a rispondere alle mie domande riguardo alla sua vita di Giornalista e Biografo e dei segreti che si celano dietro la sua passione per Versace.  Mi rivela le sua tecnica di scrittura, la sua passione per Gianni e mi incuriosisce dicendomi che sono in uscita due nuove biografie Celebri e addirittura mi parla di un Film. Mi racconta le reazioni della famiglia Versace al libro e della prefazione di Giorgio Armani. Non posso fare altro che apprezzare la sua gentilezza e la sua disponibilità e di condividere con voi quello che mi ha raccontato. Con la promessa di disturbarlo ancora, non appena avrò letto i nuovi libri!

Tony di Corcia nasce in Puglia. Si Laurea in legge ma la sua tesi parla di Storia & Costume. Appassionato di scrittura sin da 15 anni, dopo il Liceo Classico si rifugia nelle tv e nelle radio locali. Diventa giornalista e scrittore. Produce trasmissioni tv sulla moda, organizza mostre con Luciano Soprani e Fernanda Gattinoni. Nel 2010 pubblica il primo libro dedicato a Gianni Versace, nel 2012 il secondo e quest’anno un “parto gemellare”, dice lui, dedicato a due nuovipargoli” Burberry e Valentino.

Grazie Tony. E a voi, buona lettura.

Tony di Corcia �Tanky Francy 3

MM Scrivere per passione, una passione radicata nel tempo. Come la moda, le donne e il lusso già protagonisti nella tua tesi di laurea. Come nasce l’interesse per questo mondo ricco di storia?

TDC: La passione è nata intorno ai 15 anni, quando ho iniziato a fare il giornalista. Ero appassionato di fotografia, e in quel momento (erano i primi anni 90) fotografia significava soprattutto fotografia di moda: Avedon, Newton, Ritts… E top model. Diciamo che coloro che si muovevano davanti e dietro l’obiettivo mi hanno condotto in questo settore che, proprio in quel periodo, viveva una stagione particolarmente felice: la moda era eccitante, affascinante, coinvolgente. Me ne sono appassionato perdutamente. Mi sono subito “inventato” una trasmissione di moda: quel mondo volevo viverlo, ma soprattutto raccontarlo. Ai libri sono arrivato soltanto qualche anno fa, ma la mia tesi di laurea sul lusso delle matrone romane è stata un ballon d’essai: scrivere di costume, e dunque di moda, mi gratificava e mi appassionava come nient’altro. Dopo il debutto, nel 2010, è arrivata la seconda pubblicazione su Gianni Versace. Vivo questa nuova professione con un misto di esaltazione (non conosco una professione più stimolante) e di inadeguatezza: sono molto meticoloso, e vivo con terrore l’ipotesi di scrivere qualcosa che non sia attendibile, preceduto da una documentazione scrupolosa e attentissima. La scrittura è libertà, creatività, ma deve essere sempre preceduta da una profonda attività di ricerca. Solo dopo, a mio avviso, ci si può avventurare sulla pagina. 

MM Versace è per te un riferimento. Prima “Lo stilista dal Cuore Elegante” e poi la “Biografia”. Quali sono state le tue fonti? Perché il bisogno di raccontare la sua storia?

TDC: Perché ritengo che Gianni Versace sia stato uno dei personaggi più affascinanti del Novecento. La sua vicenda umana e professionale ha i toni della fiaba: figlio di una sarta di provincia, diventa uno degli stilisti più importanti del suo tempo, amato in tutto il mondo, amico delle rockstar e delle principesse. La sua morte così nera, così oscura, così “americana” ha, invece, i contorni tipici della tragedia. È un personaggio che ha mantenuto intatta la sua capacità di seduzione, ovvero di condurre a sé, anche dopo la sua scomparsa. E poi sono sempre stato un suo ammiratore: era un innovatore, ha anticipato soluzioni e tendenze, tuttora ci sono stilisti che vivono di rendita su sue intuizioni di vent’anni fa e oltre. È stato molto naturale dedicarmi alla sua vita, e raccogliere episodi, informazioni, tappe, per celebrarne il genio e la vitalità. Era un uomo solare, dall’entusiasmo contagioso: avrebbe potuto fare sue le parole di Majakovskij, “Risplendere sempre, risplendere ovunque, sino al fondo degli ultimi giorni, risplendere e nient’altro. Ecco la parola d’ordine mia e del sole”.

MM La Biografia di Versace è una limpida narrazione di fatti, successi e infine cronaca. Non ti dilunghi sul tragico finale, sull’allontanamento di Antonio D’Amico ma con cenni sommessi racconta tutta la verità. C’è altro che avrebbe voluto poter raccontare ai lettori?

TDC: Non mi sono dilungato perché io, come tutti, non sono in possesso di prove o spiegazioni capaci di spiegare l’accaduto. Le cose, per quanto ne sappiamo, sono andate esattamente così come sono avvenute: uno squilibrato, ossessionato dalla celebrità, ha sparato due colpi di pistola a un personaggio famoso a livello planetario che, nonostante questa fama, non si circondava di guardie del corpo e amava il contatto con la gente, soprattutto a Miami. Conosco tutte le altre versioni che circolano nel mondo della moda: si tratta di spazzatura, spesso molto creativa e fantasiosa, ma comunque di spazzatura. 

gianniVersace-biografia

MM Le impressioni della famiglia Versace sulla Biografia dedicata a Gianni, ci sono state?

TDC: Credo che a suo fratello Santo sia piaciuta: nel libro sono presenti molti aneddoti che mi ha raccontato proprio lui nel corso di nostre chiacchierate. Dopo l’uscita del mio primo libro su Versace, Santo mi onora del suo incoraggiamento e della sua amicizia. È una persona dotata di un’energia straordinaria, e ha un’intelligenza speciale. Non conosco le impressioni di sua sorella, invece. Le ho inviato una copia del mio libro, con un messaggio, ma sono ancora in attesa di un suo cenno. Ma non gliene faccio una colpa: è una donna così impegnata.

MM Il culto di Versace traspare dai suoi libri. Una personale visione di quanto oggi è rimasto del lascito di Gianni in termine di stile e di quanto Donatella abbia influenzato positivamente o negativamente quello che Versace è oggi?

TDC: Tutti sanno quanto Donatella sia stata preziosa e indispensabile come figura per Gianni sin dalla giovinezza: in lei, Versace vedeva la capacità di osare, una femminilità orgogliosa, la seduzione, l’allegria. Lei è stata la prima donna Versace, non solo per ragioni biografiche e anagrafiche. Era l’unica che poteva dirgli di eliminare un vestito dalla collezione o fargli notare degli errori. E sapeva ispirarlo con le sue scelte: la famosa collezione sadomaso del 1992, per esempio, fu ispirata da un paio di sandali con stringhe e fasce che salivano per tutta la gamba presi da Donatella. Quanto al corso attuale della Versace, mi sembra che sia particolarmente caratterizzato dal recupero dei codici della maison: stampe, catene, spille da balia, pelle, oro. Soprattutto dopo la fortunata collezione per H&M, e dopo la risposta che ha visto moltissimi giovani fare file interminabili per appropriarsi della riedizione di abiti che ricalcavano vestiti creati quando loro non erano nemmeno nati, mi sembra che questo ricorso al DNA Versace sia parecchio accentuato. A me non dispiacevano affatto le collezioni realizzate tra il 2006 e il 2008: erano molto Versace, molto sexy, ma con una femminilità davvero nuova, forme morbide, stampe inedite, accessori sofisticati. 

MM Una prefazione d’autore. Giorgio Armani tesse le lodi del nemico/amico Gianni. Una riprova che la “tua” Biografia è un valore per i cultori della moda assettati di conoscere tutto ciò che c’è da sapere di Gianni, della vita fatta di eccessi, top model e celebrità. Come la fa sentire ciò?

TDC: Esattamente come quando il Signor Armani ha accettato la mia proposta: onorato. Quella prefazione è un autentico regalo, che ha impreziosito il mio libro. Infatti tutti (giornalisti, lettori, ammiratori di Versace) sono rimasti molto stupiti da questa prefazione: non se lo sarebbero mai aspettato. Dopo decenni di contrapposizione, Giorgio Armani ricorda il suo storico antagonista in un modo nobile e rispettoso: sono orgoglioso di pensare che hanno finalmente fatto la pace, e sulle pagine del mio libro. 

MM Scrittore, giornalista per il “Corriere della Sera” e per “Repubblica” e anche direttore della testata web Viveur.it – dove racconta gli eventi di Foggia. La sua città un luogo sicuro, un posto dove tornare, un’ispirazione o un limite?

TDC: Da qualche mese non dirigo più Viveur, che è stato la mia casa per sei bellissimi e intensi anni. Avevo bisogno di dedicarmi totalmente ai miei nuovi libri: dopo diversi anni nello stesso posto, è obbligatorio esplorare nuovi orizzonti, altrimenti la mente si atrofizza. Foggia è la città in cui sono nato, in cui continuo a vivere, in cui sono concentrate le presenze più importanti della mia vita. Mi ispira e mi limita: credo che ogni luogo riservi questa ambiguità a chi lo vive, persino Parigi può risultare limitante per qualcuno. Mi ispira perché comunque è una terra luminosa, vicina al mare, dove puoi ancora scorgere qualche bel tramonto e mangiare divinamente. Mi limita perché, come ogni realtà di provincia, sono poche le persone che desiderano qualcosa di più, qualcosa di diverso: la maggior parte delle persone, anche mie coetanee o più giovani, non chiede nulla di più dell’accoppiata pizza+”struscio”. Diciamo che è una di quelle realtà in cui conosci diversa gente ma mai gente diversa. Ma non vorrei generalizzare: questa è anche la città in cui ho incontrato dei talenti eccezionali, delle belle teste “effervescenti”. 

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MM Progetti futuri? Ha il desiderio di raccontare altre vite famose?

TDC: Raccontare, e raccontare vite (famose o meno) è la mia più grande passione. Prima che uno scrittore sono un giornalista, e comunicare è un’attitudine naturale e necessaria per me. Vengo da una terra in cui resiste la tradizione orale: molti di noi sono cresciuti ascoltando nonne e madri, ma anche qualche uomo, narrare vicende più o meno autentiche, vite degne di memoria e avvenimenti anche irrisori, ma sempre con coloriture, letture, dietrologie, analisi e commenti che ai più sensibili hanno aperto la mente e donato una certa capacità di comprendere l’umano. Tra qualche settimana usciranno i miei due nuovi libri per Lindau. Uno narra la storia del marchio Burberry, dalla fondazione avvenuta nel 1856 ai giorni nostri, passando dalla Regina Vittoria a Kate Moss. L’altro, invece, è dedicato a Valentino: una raccolta di interviste (uno strumento che sento molto congeniale) a personaggi come Matt Tyrnauer, Matteo Marzotto, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli e molti altri alla quale segue un dizionario in cui mi sono divertito a riassumere le tappe, i temi, le icone, le collezioni, le ispirazioni di una carriera straordinaria durata mezzo secolo.

Tony di Corcia �Tanky Francy 2

MM Una piccola curiosità. Da poco in Usa è andato in onda il film-tv “House of Versace“, la storia di Donatella alle prese con la gestione stilistica della Maison dopo la dipartita di Gianni. Lo ha visto? Le sue impressioni da giornalista informato sui fatti?

TDC: Ho potuto vedere soltanto un lungo trailer. Purtroppo, quando i libri vengono portati sullo schermo – grande o piccolo che sia – le vicende narrate vengono spinte sotto il profilo “fictional”, amplificando aspetti e modificandone altri per incontrare il gusto di un pubblico più vasto. Quella che ho visto è una Donatella “da luogo comune”, volutamente esagerata, ma queste sono le leggi del cinema. Spero che a me vada meglio: la Ares Film, una società del gruppo Mediaset, ha acquistato i diritti televisivi della mia biografia di Versace per farne un film per la televisione. Se si atterrano al mio libro, il risultato dovrebbe essere tutt’altro che fantasioso.

MM Nel suo libro racconta anche gli anni ferventi della nuova moda Italiana e dei suoi protagonisti. Crede che oggi la moda sia diversa da com’era? Esiste ancora il genio creativo, il piacere di un bell’abito o i trends e i fatturati sono ormai i “burattinai” dietro gli stilisti?

TCD: Con la morte di Gianni Versace, secondo me, si è chiusa la grande era della creatività. Il tempo delle intuizioni, della ricerca della bellezza, della moda capace di fare sensazione. Oggi è tutto più prevedibile, regolato dalle leggi del marketing più che da quelle della creatività. Quando si va a una sfilata, a meno che non sia quella di Prada, sappiamo già cosa aspettarci. Raramente una collezione segna il suo tempo come poteva avvenire ai tempi di Versace. Ma sono diversi, appunto, proprio i tempi: oggi abbiamo una miriade di mezzi di informazione e comunicazione, e un abito o una collezione hanno una vita brevissima. All’epoca, invece, tutto stava nascendo: c’era l’energia del pionierismo. E una giacca poteva essere il simbolo di una rivoluzione piccola o grande. Oggi è tutto più codificato, e i creativi hanno meno stimoli. Però io sono fiducioso. C’è una nuova generazione di stilisti che mi sembra animata da un entusiasmo speciale – che diventa una forma di coraggio in questo periodo così nero – e dotati di una creatività notevole. Gabriele Colangelo, Angelos Bratis, Bianca Maria Gervasio: mi piace isolare questi tre nomi perché corrispondono ad altrettanti modi di intendere la moda, tutti molto speciali e nuovi, riconoscibili, personalissimi. Finché ci saranno talenti così preziosi, la moda italiana potrà ancora riservarci delle nuove emozioni.

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